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Mia
moglie Franca ed io vivevamo il peggior momento
della nostra esistenza dal giorno del nostro matrimonio.
Sino ad allora, la nostra vita benché impegnativa,
ci aveva regalato momenti d'indimenticabile felicità
ed aveva consolidato la nostra unione. Mio
cognato si era ammalato di cancro. Franca
doveva assentarsi per settimane per raggiungere
il fratello in provincia di Napoli ed assisterlo
insieme con il resto della famiglia. Nel giro
di poco tempo, il nostro equilibrio era stato
sconvolto e ciò che Franca ed io neanche
potevamo immaginare sembrava, di contro non finire
mai più. Fu in questo stato di cose che,
Don F. Nori e sua moglie Cathy, c'invitarono
a trascorrere due settimane ospiti in casa loro
negli Stati Uniti d'America. Don, insieme
alla sua famiglia, è fondatore e proprietario
della Destiny Image Publishing Inc., una casa
editrice di libri cristiani con sede a Shippensburgh,
Pennsylvannia distante circa 250 chilometri da
New York City. Non
fu semplice pianificare il nostro viaggio aereo.
Le date a ridosso della metà di settembre
erano affollate e partire il giorno 9 fu il risultato
di necessità tecniche piuttosto che intenzionali.
Scoprimmo poi che non era così. Arrivammo
all'aeroporto di Philadelphia la sera del 9 settembre.
Il giorno dopo riposammo senza concederci ad impegni
particolari. L'indomani, insieme a Cathy saremmo
partiti per Toronto dove avremmo trascorso alcuni
giorni e partecipato ad una conferenza presso
la Chiesa Evangelica TACF (Toronto Airport Christian
Fellowship). Il preludio era entusiasmante ed
il premio per il difficile periodo dal quale eravamo
reduci prendeva forma sotto i nostri occhi. Il
sogno si stava materializzando!
Alle
ore 6.30 circa dell'11 settembre, perfettamente
equipaggiati con ogni supporto degno di una tale
traversata - dall'immancabile bevanda fino alla
musica radiofonica che negli States è sempre
così pertinente - eravamo già a
bordo del Dodge che ci avrebbe trasportato per
circa 1.000 chilometri su per l'East Coast, verso
il Canada. Eravamo già stati in America
in viaggio di nozze e sebbene fu altrettanto speciale,
questa volta sentivamo dentro di noi uno spirito
tutt'altro che turistico. Non si trattava di una
visita occasionale alla quale non è pratico
accordare attenzioni particolari; bisognava entrare
nel merito delle cose e avvertivamo questo richiamo
sempre di più. Dovevamo diventare sempre
di più Americani ed i tempi d'apprendimento
dovevano essere piuttosto rapidi!
Alle
9.00 circa ebbero inizio le interruzioni della
musica radiofonica che cedette spazio alle
prime notizie che arrivavano da New York. Ci trovavamo
a qualche decina di chilometri da Pittsburgh.
Il mio inglese non mi permetteva d'essere autonomo
nella comprensione dei messaggi, perciò
affidai Franca e me alle preziose riedizioni di
Cathy, mentre l'atmosfera andava guastandosi rapidamente.
In principio sembrò che l'impatto del
primo aereo fosse frutto di un fatale incidente.
Fummo sollevati credendo che fosse capitato
un male secondario. L'illusione durò solo
pochi minuti, fino al secondo impatto. La musica
scomparve definitivamente, cancellata dalle voci
sovrapposte dei giornalisti. Fummo in un attimo
devastati dal silenzio imposto dal nostro sentimento
al quale tutt'oggi non so dare un nome. Le immagini
davanti a me rallentavano velocemente, costrette
a forza dall'assurdità che la mia coscienza
gli attribuiva. Io che avevo letto e visto tanto
sulle guerre moderne, che avevo provato ad immaginare
emozioni così terminali dal di fuori, ne
sentivo adesso l'imparagonabile effetto devastante.
Lasciammo
lentamente scivolare sul pavimento dell'auto la
videocamera e la macchina fotografica, insieme
con ciò che rimaneva delle nostre prospettive
personali in merito a quel viaggio. Nel giro di
30 minuti, ci ritrovammo schierati nel mezzo di
quell'America protagonista perpetua di un set
sul quale il mondo contemporaneo ritorna a girare
il proprio destino. Decidemmo di fare una sosta
in una stazione di servizio. Franca ed io scendemmo
lentamente dall'auto, meravigliati di come riuscissimo
a vivere il nostro stato di shock senza manifestazioni
eclatanti. Cathy invece cambiò il suo
atteggiamento ed io non ne afferrai le ragioni
immediatamente. Era chiaro che non aveva paura.
Continuava a gestire le cose con la stessa solita
risolutezza, mossa a tratti da un'audacia per
me inspiegabile. Quando entrammo nel locale, colsi
nei gesti e nelle brevi conversazioni tra i passanti,
la violenza con la quale gli americani erano stati
raggiunti da un nemico ancora invisibile. Mentre
le mie emozioni convergevano tutte verso il baratro
e non suggerivano altro che la fuga in senso assoluto,
questi individui si cercavano come che si prepara
ad organizzare la difesa.
Fu
come accendere una lampada poggiata su una scrivania
piena di appunti dimenticati; ancora una volta
dentro di me un'emozione rilasciò qualcosa
che somigliava al pezzo di un puzzle. Avevo
dimenticato che una reazione coraggiosa e spesso
costosa ha in sé il potenziale per cambiare
il corso delle cose e gli americani lo fecero
senza esitare. Non si trattava di una minoranza
di manifestanti della domenica che nessuno trattiene
nei ricordi, che vengono fuori travestiti per
l'occasione per poi ritornare alla loro obliqua
esistenza quando la fanfara finisce, troppo egoisti
per continuare. Era qualcosa di organico; era
lo spirito di una nazione che reagiva ad una minaccia,
partendo dalla testa e passando per i suoi arti!
Sono
stato sin dall'infanzia contraddistinto da un
certo affetto per l'America. Mentre i miei
compagni giocavano a pallone, io mi facevo
regalare insoliti attrezzi da baseball e palloni
da rugby. Tentando di convertirne gli interessi,
radunavo spesso gruppi a cui tentavo di promuovere
gli sport d'oltreoceano e trasmettere la mia passione.
Ricordo che il mio entusiasmo era tale che pur
di non perdere la platea acquisita, inventavo
spesso le regole del gioco che ahimè non
conoscevo. Sapevo che c'era qualcosa di buono,
qualcosa di più di un semplice gioco ma
non ne conoscevo i dettagli. Mentre il Presidente
degli Stati Uniti d'America, George W. Bush -
che prima di allora era semplicemente Bush - era
in volo da qualche parte sull'Air Force One, la
radio ormai impartiva istruzioni più che
diffondere notizie, trasformatasi nella voce del
coach di una squadra di football. In questo popolarissimo
sport americano le regole riescono a rendere disciplinato
un gioco basato essenzialmente sul contrasto.
Da
bambino osservavo il modo singolare degli allenatori
di condividere le sorti della partita a bordo
campo e quell'accentuato senso del coordinamento
mi avvinceva; mi rassicurava pensare ad un sistema
sociale in cui il successo individuale ed il benessere
del gruppo s'integravano perfettamente. Fu qui
che iniziai a registrare e classificare le emozioni,
spargendole nella mia mente come fa chi si prepara
a ricostruire un puzzle.
Prendemmo
le nostre cose da mangiare e qualche bevanda avviandoci
verso l'uscita. Una volta fuori ero ormai annoverato
tra i cronisti di quella vicenda; come tale accettai
la scomoda chiave di lettura di chi dovrà
raccontare, rispondendo all'incarico con l'angoscia
del cuore mentre i propositi turistici del nostro
viaggio appartenevano ormai ad un lontano passato.
Robert
Capa, non ancora divenuto il celebre corrispondente
di guerra americano, partecipò trentenne
il 6 giugno 1944 al D-Day, e dopo aver scattato
un centinaio di foto sulla spiaggia di Omaha,
cadde svenuto. Benché avesse preso parte
alla fase più sanguinosa della grande operazione
anfibia, lasciandoci gli unici preziosi documenti
di quella gloriosa mattinata, si dette del vigliacco
per diversi giorni. Nonostante il peso di uno
stato d'animo che giustificherebbe a qualsiasi
popolo di defilarsi nell'intimità del proprio
dolore, gli americani mi apparivano per l'ennesima
volta schierati di fronte alle responsabilità
a cui la storia inesorabilmente li richiamava.
Da adolescente frequentai un Liceo piazzato
nel cuore della vecchia zona industriale di Napoli.
Si trattava di un edificio di sei piani, di colore
nerastro, tipo bidonville londinese di inizio
ottocento, rivestito di grate di ferro ed immerso
perennemente in un nauseante odore di caffè
tostato, proveniente dalle vicine torrefazioni.
Mi sembra di risentirlo. La
distanza dall'istituto mi costringeva all'uso
di due mezzi pubblici per raggiungerlo e con il
terremoto dell'80 arrivarono anche le turnazioni.
Ero legato da un profondo interesse per lo studio,
incentivato da compagni e docenti desiderosi di
vivere a fondo i propri convincimenti intellettuali.
Questa indole, mista all'inadeguatezza del sistema
scolastico scatenava in me un "protestante"
bisogno di civiltà.
Cathy
stava rispondendo alla voce del suo coach e si
stava schierando insieme al resto degli americani.
Don nel corso dell'ennesima telefonata al
cellulare di Cathy ci sollecitò ad invertire
la marcia ed a tornare a casa; concordammo che
era la cosa migliore da fare ed anche l'unica,
visto che la frontiera canadese, verso la quale
eravamo diretti, era stata chiusa. Alle ore tredici
circa rientrammo a Shippensburgh e raggiungemmo
il resto della famiglia Nori presso gli uffici
della Destiny Image Publishers.
Facemmo
le scale e ci trovammo di fronte allo schermo
di un televisore tanto grande quanto realistico,
che trasmetteva la pubblica esecuzione del World
Trade Center. La bandiera a stelle e strisce non
ha sventolato sempre in cima al pennone del mio
immaginario. Dopo i vent'anni il mio protestantesimo
prese una piega decisamente "dark".
Non ne potevo più della precarietà
e della totale mancanza di rispondenza tra il
mio modello di civiltà e quello in cui
vivevo. Tra le tante distorsioni a cui sottoponevo
questo mito inafferrabile nel tentativo di renderlo
possibile, ci finì pure l'America che da
supereroe si trasformò nell'anima imperialista
del Mondo, causa del buio planetario. Ma quei
giorni memorabili trascorsi nella terra di William
Penn mi svelarono finalmente il perché
del mio guantone da baseball e delle bandiere
americane appese al muro; realizzai che questa
mia genetica passione aveva un senso e capii che
Dio mi stava affidando qualcosa che avrebbe cambiato
per sempre la mia vita!
Il
nostro viaggio in America proseguì senza
una vera e propria impostazione. Nella confusione
continuavamo a chiederci perché,
dopo una così lunga attesa piena di aspettative,
il Signore ci avesse coinvolti in questo evento,
troppo intimo ed americano per entrarne a far
parte. La volontà di decretare definitivamente
la sventura fu veramente difficile da contrastare.
Noi evangelici pentecostali, siamo troppo solerti
a classificare gli eventi, abbinandoli a stati
animo preconfezionati in modo da poter uscire
in fretta dai pericoli dell'incertezza, o dalla
ipotesi di peccato. Abbiamo la tendenza a standardizzare
a forza le dinamiche della sfera affettiva; selezioniamo
le emozioni con troppa approssimazione, utilizzando
la nostra morale come unico ed infallibile crivello.
Se ciò che proviamo non è immediatamente
catalogabile nel nostro sistema morale, se cioè
non passa l'unico setaccio di cui disponiamo,
più che accantonarlo in attesa di approfondire
- ammettendo anche l'eventualità di sbagliarci
- ci affrettiamo ad eliminarlo per paura di inciamparci
e smettere di piacere a Dio.
Franca
ed io accettammo questa sfida. Nel futuro
ciò avrebbe significato metterci in gioco
più a fondo, abbandonare definitivamente
l'idea di poter servire Dio utilizzando la nostra
personale visione delle cose, magari sostituendo
od adeguando semplicemente il setaccio. Arrivò
il giorno della partenza. Facemmo un'adunata
insieme con Cathy e Don nello spazio antistante
la casa dove soggiornammo. Eravamo stati arruolati
a forza, prima dello scoppio di questa guerra
ma adesso che il conflitto era in corso, non ci
sentivamo più dei semplici civili. Avevamo
salutato tante volte i nostri amici al termine
di uno dei loro numerosi viaggi in Italia, ma
questa volta dovevamo scambiarci qualcosa di più
del solito. Durante il nostro itinerario, avevo
inseguito inutilmente una bandiera statunitense
che non trovai, perché gli americani ne
avevano fatto una vera e propria razzia, lasciando
nei negozi solo scatole vuote. Ne
avevo possedute tante senza una ragione nota e
adesso che sentivo di aver militato, di meritarla,
tornavo a mani vuote. Mentre ci disponevamo per
il saluto, il pastore Don sfoderò la bandiera
che fino a pochi attimi prima sventolava fuori
casa sua e me la mise nelle mani. Fu allora che
il viaggio nella tragedia destinata a cambiare
il corso della storia del nostro tempo ebbe termine;
quella bandiera sarebbe divenuta il testimone
di una rivelazione per cui sarò grato a
Dio per sempre.
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