“La Libia è un inferno sulla terra”. La testimonianza di chi è scampato all’orrore

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“La Libia è un inferno sulla terra”. La testimonianza di chi è scampato all’orrore

«In Libia lo stupro, la schiavitù, il rapimento, l’omicidio sono tutto ciò che noi neri attraversiamo prima che siamo in grado di raggiungere l’Italia”

Drammatiche e sconcertanti parole che testimoniano – ancora una volta – le vere tragedie che tanti giovani africani vivono e subiscono prima di arrivare in Europa.

Vi presentiamo le drammatiche storie di Osman, ghanese, del nigeriano Johnson e di Jallow del Gambia, che raccontano degli “orrori” libici, delle violenze e dei soprusi subiti.

Nomi diversi, paesi di origine differente, ma storie comuni a tanti, troppi purtroppo, di questi ragazzi che attraversano il mare non senza pagare prima un pesante e “debito” con la realtà libica fatta di atrocità, di violenze gratuite, di galere impietose. Veri lager moderni.

Proponiamo alla vostra lettura, l’articolo tratto da Avvenire (fonte) dell’ 11 agosto, a firma di Antonio Maria Mira, che riporta le tristi storie di questi giovani scampati a morte certa.

«La Libia è un inferno sulla terra per uomini e donne che passano lì per venire in Europa». È la drammatica testimonianza di Osman, ghanese, arrivato in Italia a 16 anni nel 2016. Lo ha scritto quest’anno nel tema per la licenza media, e storie analoghe hanno scritto Johnson, nigeriano, eJallow, gambiano, tutti e tre ospiti in questi anni della casa di accoglienza per minori non accompagnati “Gli amici dei giovani”, della parrocchia di Postiglione, guidata da don Martino De Pasquale, direttore della Caritas diocesana di Teggiano-Policastro, in Campania.

Ora, appena maggiorenni, sono ancora qui, ospiti del parroco e di due famiglie. E ricordano quei terribili mesi. «Sono arrivato a Grigarage, in Libia. Qui bisognava stare attenti – ha scritto Johnson –. Le persone erano cattive. Mi sono nascosto in una stanza dove stavano le capre con altre 100 persone. Non potevo muovermi neanche per andare in bagno. Le mosche mi mordevano. Non c’era nulla da mangiare. Per due settimane solo bucce di limone che avevo in tasca. Non si usciva per paura di essere presi». Non meno drammatico il racconto di Jallow. «Il primo mese ho incontrato un libico che mi ha promesso un lavoro, ma non era vero. Mi ha messo in prigione e voleva soldi. Sono stato in prigione 4 mesi, non avevo nessuno che pagasse per me. Mi sono ammalato. Un giorno sono arrivati dei signori che prendevano le persone dalla prigione per lavorare e poi li riportavano indietro. Hanno preso anche me. Allora gli ho detto che mi sentivo male». Così lo fanno scappare. Lavora per altri tre mesi e riesce a pagarsi il viaggio. Ma, quando parte, il gommone si sgonfia e i soccorsi arrivano tardi. Muoiono in 73, soprattutto ragazzi e bambini. Un dramma. Lui si salva. Poi lo sbarco a Salerno, aprile 2017.

E torniamo a Osman. «Il mio viaggio – ha scritto – è stato un viaggio della morte, ma grazie a Dio sono ancora vivo». Eppure ha passato momenti terribili. «In Libia lo stupro, la schiavitù, il rapimento, l’omicidio sono tutto ciò che noi neri attraversiamo prima che siamo in grado di raggiungere l’Italia. È un posto dove le donne africane vengono vendute per fare prostituzione per forza. Ho visto gente sparare di fronte a me solo perché non avevano soldi da dare agli arabi».

Sulla questione dei soldi è molto preciso. E anche sul coinvolgimento della polizia libica. «Io sono stato imprigionato la prima volta che sono andato sul gommone, solo perché l’arabo che è responsabile del nostro gommone non è andato a pagare la polizia per lasciarci passare. Gli arabi che fanno quel lavoro sono anche guardie di polizia». Resta in carcere due settimane e così lo racconta. «Ho avuto la fortuna di far parte di coloro che sono stati portati fuori dal carcere, è stata una gioia uscire perché la vita lì dentro era tra la vita e la morte perchè gli arabi venivano a picchiarci».

Ma c’è chi è meno fortunato. «Hanno portato un autobus alla prigione e hanno detto alla gente di salire perchè li stavano portando all’aeroporto, ma era tutto un trucco. Li hanno portati a Saba nel sud vicino al Niger in una prigione sotterranea. In questa prigione gli arabi comprano persone a prezzo basso e li portano a casa loro e li picchiano per contrattare i soldi. Come schiavi».

Nuovo tentativo, nuovo naufragio, di nuovo in prigione, Abu Triker, «un inferno, cominciarono a picchiarci come animali».

Poi la fuga, altro imbarco. Sono in 115 sul gommone che si sgonfia. Vengono soccorsi, ma molti muoiono. A sbarcare in Italia il 16 luglio 2016 sono in 92. E Osman nel suo tema manda un messaggio anche di speranza. «La Libia non è un posto che auguro per i miei nemici perché è uno dei luoghi più pericolosi in cui si possa stare. Sono grato a Dio se oggi sono qui e grazie all’aiuto e all’amore di Dio e della famiglia italiana con cui vivo riesco a dimenticare tutto il dolore che ho passato per arrivare qui. Grazie a don Martino e alla mia famiglia italiana sto studiando e lavorando così cerco di costruirmi un futuro e aiuto mio fratello a costruirselo in Africa».

Parole simili le ha scritte anche Johnson. «Ora sono sereno, sto imparando un lavoro. Non sarò un peso per l’Italia. Lavorerò perché grazie a Dio ho avuto questa possibilità».

(foto: L’Espresso – La Repubblica)

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